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Maldida alma: electrotango

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Guardi fuori dalle nostre due finestre

e non t’accorgi d’aver costruito un muro, in stile etrusco,

dalla velocità sembravi un muratore bergamasco,

e mi continui a chiedere di ballarci sopra un tango elettrico,

con equilibrio instabile, in bocca, come argentino asettico,

steli di rose rosse,

facendomi sputare denti e spine,

rigurgiti di tosse.

 

Contro il tuo muro si infrange ogni messaggio,

nella bottiglia, rifiuti ogni mio sintomo d’ebbrezza

scansando a muso duro ogni carezza,

inconscia che, finiti i vuoti a rendere,

mi dovrò arrendere

insofferente a barattar dieci minuti d’ansimo

con vitalizi d’alcolista anonimo.

 

Se dici che non vuoi una «storia»,

donna assediata da voci adulatorie,

a che ti serve il mio cuor da cantastorie

votato a trasformar conquiste in rotte,

tu, novella Dulcinea (io Don Chisciotte),

desiderosa solo d’ottenere in dote

un nuovo amico sacerdote.

 

Electrotango, tango di tormento

che carichi i miei versi a sentimento

smussata nel tuo abbraccio ogni diffidenza,

abbatti il muro dell’indifferenza,

o, memore d’avermi sempre accordato cose turche

costringimi a ballar, con altre, lubriche mazurche.

 

              [Carmina non dant damen, 2012]

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